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Roma come metafora dell’abisso

14 Ottobre 2019 di Dino Cofrancesco 2 commenti

Non meraviglia che in un sistema politico in cui il modo di eleggere i rappresentanti del popolo può costringere partiti ideologicamente molto lontani a unirsi per dare un governo al paese, ci si accordi su un numero limitato di ‘cose da fare’ considerate prioritarie per evitare la bancarotta e scongiurare i pericoli incombenti su una democrazia fragile (come la nostra). Le intese circoscritte, però, debbono riguardare i mali più gravi che affliggono una comunità politica e non questioni che, per quanto importanti, possono venir demandate a coalizioni di governo più omogenee e più stabili.

Nel caso dell’Italia, il primo problema all’o.d.g. è sicuramente Roma, non solo perché è, come si dice, ’la città più bella del mondo’, la città italiana più popolosa (quasi 3 milioni di abitanti) ma, soprattutto, perché è la capitale e, in quanto tale, tenuta a dare al mondo un’immagine dignitosa della nostra civic culture. Ebbene, è superfluo ricordare che la questione dei rifiuti sta diventando, per i romani, il problema più drammatico, un fatto vitale. I Presidi minacciano la chiusura delle scuole per evitare agli studenti e al corpo docente i pericoli del contagio; gli ospedali lanciano allarmi sempre più frequenti, interi quartieri sono diventati invivibili per il cattivo odore che emana da cassonetti strapieni, le pantegane scorrazzano per le strade prefigurando scenari da pifferaio di Hamelin dei fratelli Grimm. Ci sono questioni nazionali più importanti di questa? La domanda è retorica. E tuttavia né la coalizione gialloverde né quella giallorossa, al tavolo delle trattative, hanno messo Roma al primo punto dei provvedimenti da prendere. Sia la Lega, sia il PD, in città, sono all’opposizione e criticano ogni giorno il governo capitolino, ma nessuno dei due ha imposto al M5S la rimozione di un sindaco che passerà alla storia come il peggiore primo cittadino della capitale.

Nonostante una gestione amministrativa di cui c’è solo da vergognarsi – e che non ha riscontri con quelle della Lega, che a Nord non amministra poi tanto male le città e le regioni in cui il centro-destra è in maggioranza – i grillini a Roma, alle elezioni europee, hanno subito una débacle relativa, attestandosi sul 17%, una percentuale mai sfiorata dal PSI (quello ormai sganciatosi dal PCI). La spugna anticasta della magistratura, squassando la prima Repubblica, ha assicurato ai populisti una rendita di posizione di cui potrebbero beneficiare ancora a lungo. Per questo, forse, Salvini e Zingaretti hanno temuto, colpendo troppo duro sulla giunta Raggi, di figurare come difensori dell’establishment e della vecchia Roma. In ogni caso, il M5S ha fatto quadrato e la destra, prima, e la sinistra, dopo, hanno gettato la spugna, per non dover compromettere alleanze e poltrone troppo appetibili.

Se questo è vero, però, siamo davvero arrivati al capolinea. Sempre la classe politica ha perseguito i propri interessi – i partiti non sono enti di beneficenza ma stanno tutti sul mercato politico alla ricerca del profitto misurato in voti – ma sforzandosi (almeno) di farli coincidere col bene della nazione: un esempio storico, la politica della casa voluta da Fanfani che fece guadagnare molti voti alla DC ma diede un’abitazione a migliaia di italiani.

La miseria morale e culturale in cui stiamo sprofondando oggi è dimostrata dal fatto che, sia per i verdi che per i rossi (rosa, arcobaleno etc.), Palazzo Chigi val bene un Campidoglio, sicché dire a Grillo «nessun accordo se non si risolve il problema di Roma e se la Raggi non porta via le tende» è impensabile. Certo ogni nuovo partner del M5S continuerà a ‘denunciare’, sulla stampa, nei blog, nelle comparsate televisive, gli scempi che si consumano nella città eterna – parlare, scrivere, sbraitare, sgarbiggiare non costa nulla – ma nessuno oserà metterlo alle strette, col rischio di tornare all’opposizione a Montecitorio e a Palazzo Madama.

È questo l’aspetto più desolante della politica italiana di questi anni: il doppiopesismo sfrontato, esibito, diventato quasi un comportamento naturale. Si pensi a cosa succederebbe se alla guida del Campidoglio ci fosse oggi un esponente di Forza Italia (c’è stato un suo alleato, Gianni Alemanno, un pessimo sindaco, molto discusso ma che non ha toccato il nadir della Raggi): si sarebbero mobilitati contro lo scandaloso malgoverno l’Europa, l’Unesco, l’ONU, il Vaticano etc.; i giornali nazionali ed esteri avrebbero bombardato i lettori con le ultime nuove sulla ‘munnezza’ ma, soprattutto, il prefetto dell’Urbe avrebbe sciolto la Giunta capitolina, in virtù dei poteri conferitigli dalla legge, facendo valere lo stato di necessità e l’emergenza nazionale. E invece nulla di nulla. A reclamare strumentalmente le dimissioni della Raggi è il centro-destra e, in primis, la sua componente (purtroppo) maggioritaria, la Lega, che non risulta aver fatto su Roma il diavolo a quattro quando era al governo con Di Maio.

Dispiace dirlo ma questa classe dirigente (di destra, di sinistra, di centro) non è credibile. La destra eleva una vibrata protesta perché una piccola percentuale dei tortellini emiliani è stata farcita con carne di pollo invece che di maiale (pensate un po’!); la sinistra bolla come fascisti, populisti, sovranisti quanti non ne condividono l’ipocrita buonismo. E tra le battaglie simboliche del paese legale – comprensivo di casta e di anticasta – affonda, sempre di più, nelle sabbie mobili della decadenza il paese reale.

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Commenti

  1. Andrea Bixio dice

    16 Ottobre 2019 alle 16:29

    Come non essere daccordo con Cofrancesco? La sua analisi sugli intrecci degli interessi volgarmente politici facenti capo a forze contrapposte chiarisce nel modo migliore l’origine di uno stallo quanto meno stupefacente. Uno stallo che tuttavia fa restare in vita un sindaco improbabile che finisce per essere impresentabile.
    Vorrei qui solo aggiungere una chiosa.
    Il coacervo di interessi vuoi privati, vuoi corporativi e non immediatamente politici, mi sembra abbia reso malsano il territorio dei rapporti che non sono immediatamente percepibili dal grande pubblico, ma che corrodono la politica dei servizi nella nostra città di Roma. Si è come istituzionalizzato un processo corrosivo che avrebbe bisogno di essere arrestato grazie all’intervento del governo nazionale. Un intervento che tuttavia, come nota Cofrancesco, non può essere attuato per le ragioni che egli stesso ha illustrato molto bene.
    Sembra così che la nostra città sia caduta in una condizione di lenta e inarrestabile decadenza. Chi ci libererà dalle iene che si pasciono delle finanze comunali? Sarebbe interessante far emergere le condizioni del sistema economico romano e forse potremmo capire qualcosa di più.

    Rispondi
  2. Michele Magno dice

    14 Ottobre 2019 alle 20:06

    Sante parole le sue, prof. Cofrancesco. Il segno distintivo del ceto politico italiano oggi è un neotrasformismo (per distinguerlo da quello storico, che pure vide un giudizio non liquidatorio di Benedetto Croce), in cui tutto e il contrario di tutto è asservito a meschine logiche di potere e di sopravvivenza personale o di fazione. Per quanto mi riguarda, io la penso come Jacques Delors: “Da Pierre Mendès France ho imparato una grande lezione: è meglio perdere un’elezione che l’anima. Un’elezione si può vincere dopo cinque anni, che vuole che sia? Ma se si perde la bussola o si perde l’anima, per ritrovarle ci vogliono generazioni”.

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