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Sette noterelle sullo spartito della politica contemporanea

8 Luglio 2019 di Danilo Breschi 2 commenti

Prima nota. Non c’è repubblica senza nazione, nell’esperienza moderno-contemporanea. La repubblica è il contenuto politico-istituzionale. La nazione è il contenuto politico-simbolico, ma anche il contenitore sotto il profilo dell’individuazione dei confini, ovvero della sua propria definizione. La definizione fornisce un’identità. Se definita in termini liberal democratici, l’identità non è rigida ed eternamente immutabile. Si modifica nel tempo, ma mantiene sempre dei confini. Altrimenti si sfigura, a danno proprio o altrui (fagocitata da altri o fagocitante altri). È sempre una questione di equilibri, interni ed esterni.

Seconda nota. Da un punto di vista liberal-libertario non possono esistere criteri politici di bene e di male, tanto meno sul piano morale. Tutto deve orientarsi secondo parametri di valutazione e soddisfazione soggettiva. Tale impostazione avrebbe la funzione di porre limiti al potere sovrano, di un re come di una maggioranza. Si tratta di una pretesa legittima e di una funzione effettiva, ma sulla cui piena o ampia efficacia è necessario ulteriormente riflettere.

Terza nota. Se diamo per presupposto il bisogno di società, o anche soltanto il carattere ineludibile del formarsi di una società, dobbiamo allora ragionare su come poter avere una società libera, o meglio di liberi. Se io perseguo il mantenimento di una (presunta, comunque tutta da dimostrare) libertà originaria, presociale, nonché la sua implementazione, non posso non fare i conti con il fenomeno della complessità. In altri termini, dimensione di massa e conseguente aumento della divisione del lavoro rendono imprescindibile il ricorso ad una regolamentazione. Questa, a sua volta, comporta crescente organizzazione.

Quarta nota. Occorre stabilità per avere certezza, ovvero regolarità, che è requisito fondamentale per tutelare le libertà individuali in contesti di elevata quantità e complessità di interrelazioni. È qui che sorge l’esigenza imprescindibile dello Stato come insieme coordinato e coerente di istituzioni pubbliche. Se la forma di governo dello Stato è, come nel caso italiano (vedi art. 1 della Costituzione) una «Repubblica democratica», ciò significa che tutte le istituzioni e cariche pubbliche, compresa quella che rappresenta l’unità nazionale (ossia il Capo dello Stato), si riconducono direttamente o indirettamente al consenso del popolo. In altri termini, i poteri ascendono dal basso (popolo) verso l’alto (suoi rappresentanti), e non al contrario (com’era previsto, ad esempio, nello Statuto Albertino). È così che si concretizza la sovranità popolare in quanto potere costituente, originariamente espressosi nell’assemblea che ha elaborato, redatto e promulgato la Costituzione. Dunque, la forma di governo democratica risponde al principio dell’identità di vedute tra governanti e governati, giacché la prima identità è quella di un popolo concretamente esistente con se stesso in quanto unità politica.

Quinta nota. Il principio della democrazia – a partire dalla sua prima comparsa nella storia, l’Atene del V sec. – non è quello dell’uguaglianza naturale degli uomini fra loro, ma quello dell’uguaglianza politica di tutti i cittadini. Il suffragio obbedisce alla regola «un cittadino, un voto», e non alla regola «un uomo, un voto». Il popolo, in democrazia, non esprime con il voto proposte che siano più «vere» di altre. Fa sapere quali sono le sue preferenze e indica se sostiene o ripudia i suoi dirigenti. Lo fa secondo il criterio di maggioranza, nel rispetto delle minoranze messe in condizione di esprimersi per far conoscere le ragioni del loro dissenso. «In una democrazia, il popolo non ha né torto né ragione, ma decide», scrive Antoine Chollet. Decide in qualità di somma temporaneamente maggioritaria, numericamente prevalente dei cittadini. Ecco spiegato il motivo per cui la questione di sapere chi è cittadino – e chi non lo è – fonda ogni prassi democratica. Ed è anche il motivo per cui le frontiere territoriali dell’unità politica sono essenziali. Se la politica implica il potere di decidere, la sovranità ha bisogno di uno spazio entro il quale esercitarsi, esprimere la propria volontà, dire chi è e cosa vuole per sé. La libertà come partecipazione alla decisione collettiva, ovvero la decisione politica per eccellenza, è propria delle democrazie, e va fatta convivere con la libertà di dissenso, di dissociazione, di isolamento rispetto alla maggioranza, che è lo specifico della dottrina liberale. Ma il momento della decisione, della scelta di una forma e di una direzione da assumere responsabilmente c’è sempre, e in democrazia i rappresentanti dovrebbero prenderla secondo le indicazioni emerse dall’opinione prevalente nel popolo, ovvero nella cittadinanza di quella nazione organizzata in Stato. Niente più e niente meno di un meccanismo per approssimarsi il più possibile all’autogoverno.

Sesta nota. «La democrazia ricompare e si afferma nella realtà storica sulla scia del liberalismo proprio perché riceve da questo le strutture politiche che la rendono agibile». Così scrisse Sartori. Ed è così, in effetti, che negli ultimi settant’anni in Europa si è stabilizzata la liberaldemocrazia, dopo il tragico intermezzo tra le due altrettanto tragiche guerre. Negli ultimi dieci anni la grande crisi economica, partita anche stavolta dagli Stati Uniti d’America, ha provocato fortissime tensioni tra le due componenti costitutive dei sistemi politici europei, e adesso va inserito senz’altro il trattino: liberal-democrazia. È cioè più evidente la tensione tra i due poli, anche perché pare si siano sovrapposti e confusi gli ambiti. Sempre secondo Sartori, «il democratico attende al benessere, alla egualizzazione e alla coesione sociale», mentre «il liberale [è] attento ai problemi della servitù politica, della forma dello Stato e dell’iniziativa individuale». Che, specie in Italia, benessere, egualizzazione e soprattutto coesione sociale siano scemati, comunque drasticamente ridimensionati per ampie fasce della popolazione, dovrebbe essere constatazione oggettiva, condivisa. D’altro canto, la separazione dei poteri – principio cardine della teoria politica liberale – è da ancor più tempo in crisi, come ci mostrano i più recenti fatti di cronaca, giudiziaria e non solo. Conclusione: l’Italia, più di altri, è lo Stato-laboratorio in cui il trattino è in evidenza e si rischia la scissione. Poca democrazia, poco liberalismo, nei rispettivi ambiti; troppa democrazia, troppo liberalismo, negli ambiti di non loro stretta pertinenza. Per un recupero in termini di ‘democrazia’ la società italiana chiede allo Stato meno ingerenza se ci troviamo nel Nord Italia; chiede più ingerenza se ci troviamo al Sud. L’‘ircocervo’ politico, l’associazione di istanze dissonanti e divergenti, è nelle cose ancor prima che nelle operazioni di palazzo.

Settima nota. La nazione è una comunità, la comunità presuppone un muto patto di obbligazione reciproca. Trasversale e diffusa in tutta la nostra penisola è la richiesta di maggiore indipendenza rispetto alle normative provenienti dall’Unione europea (l’euroscetticismo accomuna Lega – 34,3% alle ultime elezioni europee –, M5S – 17,1% – e FdI, 6,4%, per un totale del 57,8%). In una parola, c’è domanda di sovranità nazionale, o meglio di tutela dell’interesse nazionale. Questo però richiede che dietro vi sia una nazione, ossia un popolo di cittadini che, nella loro stragrande maggioranza si sentono accomunati da una storia, dalla condivisione di valori comuni. L’unità politica si dà solo se si accettano vincoli collettivi assieme a tutele di libertà individuale, i doveri con i diritti. Su questo l’Italia latita, e non da ora.

Come sempre accade nella storia della politica, è un fattore esterno che, premendo e pressando, induce al ricompattamento interno. Altrimenti detto, l’«intervento ortopedico-monetario, accompagnato da un forte sostegno pedagogico» (Emidio Diodato), che fu deciso a Maastricht nel 1992, è probabilmente fallito. Apparso come un trapianto non richiesto, è stato infine rigettato. Sarebbe perciò non troppo paradossale se l’Unione europea, pensata dagli europeisti nostrani molti decenni orsono come ‘vincolo esterno’, spingesse ora l’Italia non verso la disciplina dei conti pubblici e severe politiche deflattive, bensì a riconsiderare il suo passato, la c.d. ‘Prima Repubblica’, come uno status da recuperare. Unico problema: lo scenario internazionale è completamente cambiato. Tra 1989 e 2019 si è consumata una rivoluzione politica, economica e tecnologica su piano mondiale. Mancano le condizioni di un tempo. Resta il fatto che il vincolo esterno europeo non riesce più ad essere virtuoso e propulsivo della nostra situazione interna. Al di là delle polemiche partitiche, è indubbio che esista il problema di una sovranità dimidiata (monetaria vs fiscale). Dimezzato e teso fino al rischio della lacerazione è pure il meccanismo dell’autogoverno di un ‘popolo’ che, al contempo, si autodefinisce (con le consultazioni elettorali) ed è etero-definito (dalle direttive europee). Popolo italiano? Popolo europeo? Popolo italo-europeo? Urgono definizioni e ulteriori note di approfondimento.

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Commenti

  1. Dino Cofrancesco dice

    9 Luglio 2019 alle 14:46

    Queste ‘noterelle’ di Danilo Breschi sono da incorniciare. Difficile leggere analisi così profonde in così poche battute. “Non c’è repubblica senza nazione”, già l’incipit merita una riflessione attenta.

    Rispondi
  2. Gianfranco Pasquino dice

    8 Luglio 2019 alle 18:18

    noterelle strimpellate o strampalate? quanti, dietro un fragile schermo liberal-patriottico, sono diventati sovranisti dei nostri stivali? E’ vero che, trasportando il masso di una cultura politica europea, Sisifo ha avuto l’impressione di trovarsi in Italia?

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