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Sulla successione a Vladimir Putin

29 Giugno 2026 di Antonio Malaschini 2 commenti

Donald Trump, 80 anni; Vladimir Putin, 74; Xi Jinping, 73. È comprensibile che l’attenzione degli osservatori si focalizzi, oltre che sul ‘come’ essi stiano gestendo una complessa situazione interna ed internazionale, anche sui percorsi che inevitabilmente porteranno nei prossimi anni alla loro sostituzione.

Per quanto riguarda Trump, il meccanismo costituzionale che condurrà ad una nuova presidenza è, salvo non auspicabili complicazioni, sufficientemente chiaro: il nuovo Commander in Chief emergerà dalle elezioni del novembre 2028. Su chi potrà essere, nel caso di una conferma dell’attuale maggioranza repubblicana nella sua componente MAGA o nel riaffermarsi del tradizionale indirizzo conservatore del Grand Old Party, nessun commentatore ha al momento avanzato previsioni credibili, al di là dei ricorrenti nomi di J. D. Vance e Marco Rubio. Così come è ancora più difficile prevedere chi sarà il candidato democratico che uscirà tra due anni dalle primarie di quel partito.

Su Xi Jinping ci permettiamo di rinviare al nostro articolo sul numero 5 del 2025 di ParadoxaForum, per un sia pur sommario esame delle dinamiche di successione cinesi.

Resta Vladimir Putin, che compirà 74 anni il prossimo mese di ottobre.

Dopo la riforma costituzionale del 2020, che ha tra l’altro ‘azzerato’ i suoi precedenti quattro mandati, Putin è stato rieletto Presidente della Federazione Russa nel 2024. Egli potrà ancora candidarsi nel 2030 e ricoprire la carica fino al 2036, quando avrà 84 anni. In caso di una prematura cessazione, gli subentrerebbe ad interim il Primo Ministro, oggi Michail Mishustin, e le nuove elezioni presidenziali dovrebbero tenersi entro 90 giorni.

Si pongono due domande: chi potrà rimpiazzare Putin? E, forse più interessante, quali potranno essere le caratteristiche di un governo post-Putin?

Putin non ha più, dopo la ricordata riforma costituzionale del 2020, l’obbligo di dimettersi prima delle prossime elezioni presidenziali, come già fece nel 2008 quando lasciò il posto di presidente a Medvedev, ricoprendo quello di Primo Ministro. Rimarrà quindi prevedibilmente presidente, come appena detto, fino al 2036. E negli ultimi anni ha sostituito, anche per ragioni di età, buona parte della vecchia classe dirigente compresi i siloviki, gli uomini dei Servizi e della Sicurezza che hanno favorito e consolidato la sua ascesa.

Il potere è oggi in Russia un sistema frammentato e centrifugo, con limitati collegamenti tra le sue diverse componenti. Collegamenti che convergono invece in direzione del Presidente della Federazione che in questo modo ha la parola finale non solo sulle politiche ma, specialmente, su coloro che le portano avanti. Se ci si consente una citazione manzoniana, Putin è oggi «quel Sole che mai tramonta», circondato da «gl’altri Spettabili Magistrati qual’erranti Pianeti». E il riferimento ai pianeti «erranti» appare opportuno in quanto negli ultimi anni, come detto, si è assistito ad un ricambio generazionale che, eliminando buona parte di coloro che avevano contribuito alla crescita e al rafforzamento del Presidente, ha portato in primo piano soggetti nuovi: a nessuno dei quali è stato però consentito di acquisire un ruolo decisivo intorno a cui far convergere un potenziale gruppo di potere con la prospettiva della successione.

Prima di azzardarci a fare nomi, accenniamo a quelli che possono essere appunto considerati i ‘gruppi’ all’interno dei quali potrebbe emergere un successore.

Tra gli organi costituzionali ha assunto negli ultimi anni un ruolo rilevante, con Alexei Dyumin come suo Segretario, il Consiglio di Stato, a scapito del Consiglio di Sicurezza che con la nomina a Segretario di Sergei Shoigu, già Ministro della Difesa, ha perso il ruolo che aveva quando era guidato dal suo predecessore, Nikolai Patrushev. Di scarso peso resta, come sempre, la Duma il cui rinnovo è comunque previsto per settembre 2026: il che consentirà a Putin di scegliere ancora una volta chi candidare a quello che resta comunque il più importante organo ‘rappresentativo’.

Tra i gruppi cui abbiamo fatto riferimento, emerge quello degli ‘assistenti’ di Putin, funzionari scelti da lui personalmente fin dal 2016, man mano che i precedenti aggregati di potere venivano progressivamente allontanati dalle posizioni di comando. E tra gli ‘assistenti’ i nomi più rilevanti sono quelli del ricordato Alexei Dyumin; di Dmitri Mironov, già membro del KGB e dell’FSO, governatore dell’Oblast di Yaroslav, viceministro dell’interno e oggi assistente personale del Presidente; di Igor Babushkin, FSB e governatore dell’Oblast di Astrakan.

Un punto di riferimento importante è quello del ‘gruppo’, consolidatosi grazie a legami personali, che gravita intorno alle figlie di Putin, Maria Vorontsova e specialmente Katerina Tikhonova. Assai vicino a quest’ultima è Kirill Dmitrev, definito il ‘Jared Kushner’ russo, punto di riferimento in diverse trattative internazionali, economiche e non. Assai importante, anche lei per ragioni familiari, è la cugina di Putin Anna Tsivileva, al centro di importanti charities legate ai militari e ai veterani. Questo gruppo può essere avvicinato a quello degli ‘eredi’, i discendenti cioè di coloro che accompagnarono l’ascesa al potere di Putin: e abbiamo qui i figli dell’allora Primo Ministro Michail Fradkov, Pavel e Peter; Vladimir Kiriyenko, figlio del già responsabile della politica interna Sergei; Nikolai Peskov, figlio del capo Ufficio Stampa di Putin, Dmitry; Igor Chaika, figlio del procuratore generale Yuri.

Il nome forse oggi più rilevante tra quelli della nuova generazione che Putin ha voluto intorno a sé, è però quello prima ricordato di Aleksey Dyumin, ex guardia del corpo del Presidente che, oltre agli incarichi sopra indicati, è oggi suo assistente particolare per le questioni della difesa, dopo essere stato, tra l’altro, responsabile dell’occupazione della Crimea nel 2014.

Potremmo fare altri nomi, come Denis Manturov, primo Vicepremier; Dmitry Chernyshenko, responsabile dell’amministrazione presidenziale; Sergei Kiriyenko, a capo dei processi di formazione della nuova classe dirigente; Michail Mishustin, oggi primo ministro; Sergei Sobyanin, sindaco di Mosca. Ma al di là dei nomi, ci interessa capire il filo conduttore del progressivo ‘rinnovamento’ della classe dirigente russa. E tale filo è, a nostro avviso, il tentativo ormai risalente di formare una classe di ‘putiniani’ nata e consolidatasi sotto l’attuale sistema di governo, che solo questo ha conosciuto e senza legami (salvo a volte quelli di carattere familiare) con la precedente nomenklatura.

E chiunque sarà tra questi il nuovo leader, non potrà che proseguire nella linea di politica interna ed internazionale voluta da Putin: al quale dovrà la scelta, la protezione e l’inserimento nel sistema di potere. Un Putin che controlla ancora, con spregiudicata attenzione, i rapporti e gli interessi comuni che possono sorgere tra i suoi ‘assistenti’: intervenendo con decisione quando scorge troppo forti collegamenti.

I grandi cambiamenti sono avvenuti in Russia solo attraverso violenti e radicali movimenti rivoluzionari. Negli altri casi, dall’assassinio di Alessandro II all’estromissione di Eltsin da parte di Putin, pur in presenza di passaggi violenti, non è mai mutato il fondamento autoritario dei governi che si sono succeduti ed il loro riferirsi ai valori storici, religiosi e sociali che da sempre caratterizzano la Russia.

Ripetiamo, chiunque succederà a Putin manterrà credibilmente il modello attuale, magari modificandolo in qualche aspetto ma senza alcuna velleità di sostituzione e di adesione ad una forma di Stato e di governo non autoritaria.

Ci sono naturalmente alcuni elementi che possono mettere in crisi questa ricostruzione. Da una parte una instabile situazione internazionale che va dalla ormai troppo lunga guerra in Ucraina alle sempre più complesse relazioni con l’Europa e l’Occidente in generale, fino all’aumento della dipendenza dalla Cina

Dall’altra, una situazione economica di giorno in giorno più preoccupante. La spesa militare subisce una crescita vertiginosa: solo nei primi sei mesi del 2026 ha costituito il 46% della spesa pubblica russa; il bilancio presenta già nei primi cinque mesi del 2026 un ‘buco’ di 71 miliardi; i proventi del petrolio e del gas sono crollati nel primo trimestre di quest’anno del 45%; il debito societario in sofferenza ha raggiunto il 3,8% del PIL rispetto al 2,4% di prima della guerra. Si aggiunga che la Cina paga per il gas Russo il 40% in meno rispetto agli altri clienti, e rappresenta ormai il 35% del commercio estero totale di Mosca. Creando, non solo nel settore energetico, una situazione di dipendenza se non di sudditanza.

Questo quadro potrebbe aumentare la debolezza della politica putiniana in campo interno ed internazionale. Ci sembra però difficile, alla luce della storia russa, che ciò possa portare ad un drammatico regime change in senso non autoritario o addirittura democratico, come auspica il dissidente in esilio Mikhail Khodorkovsky, che sta cercando di consolidare le forze di opposizione specialmente all’estero. Potrebbe forse solo esserci, in caso di aggravarsi dei fenomeni di crisi, la convergenza tra alcuni settori militari ed economici nella prospettiva di un più rapido e ‘condiviso’ cambiamento di vertice. Ma la struttura del potere russo, come lo abbiamo sommariamente descritto, non cambierà significativamente nei prossimi anni pur in presenza dei fattori ora ricordati.

Con la Russia occorrerà certamente confrontarsi. E lo dovrà fare in primo luogo l’Europa. Ma l’anima profonda del paese richiederebbe una scossa ben più forte e drammatica per poter dar luogo ad un cambiamento radicale rispetto a quello oggi prevedibile con la successione a Vladimir Putin: che da 27 anni, secondo per durata dopo Stalin nella Russia post zarista, interpreta non solo un modello di potere ma anche come il paese e la sua classe dirigente, qualsiasi essa sia, identificano ancora oggi se stessi e il ruolo storico della Russia.

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Commenti

  1. Giuseppe Ieraci dice

    1 Luglio 2026 alle 0:50

    Davvero un eccellente intervento, grazie. Così come lei descrive la situazione oggi in Russia e la sua struttura del potere, non sembrerebbe esserci alcuna speranza.
    Però in passato abbiamo avuto esperienze di regimi ibridi o autocratici che, in virtù degli effetti inattesi del funzionamento delle stesse strutture date, hanno avuto delle svolte. P.e., una tesi consolidata è che la dissoluzione dell’ URSS e della Jugoslavia fosse legata al sistema federale che queste autocrazie socialiste si erano date, che se da un lato era funzionale alla distribuzione interna del potere, dall’ altro lato e nel lungo periodo crea le condizioni per il rafforzamento di poteri subnazionali che si affermano in congiunzione con le crisi e le tensioni del trasferimento del potere centrale (intendo: crisi post-Breznev in URSS, crisi post-Tito in Jugoslavia).
    Le chiedo in conclusione, scusandomi:
    1. Pensa che il post-Putin e lotte intestine che ne risulteranno possano aprire in chiave democratica la politica russa?
    2. Per quanto Putin manipoli le regole a suo interesse, regole costituzionali pur sempre sono, pensa dunque che l’ impensabile possa accadere, cioè che Putin finisca vittima del suo stesso gioco, perdendo inopinatamente una delle prossime elezioni che pure dovrà affrontare? Qual è la situazione – certo difficile, lo so – delle opposizioni interne al regime?
    Grazie davvero.

    Rispondi
    • Antonio Malaschini dice

      2 Luglio 2026 alle 18:55

      Caro Professore,
      innanzitutto grazie per la sua benevolenza nel giudizio.
      Rispondo alle sue non peregrine domande. Può esserci una apertura in chiave democratica nel momento della successione a Putin? Ahimè, ritengo che ciò sia oggi molto difficile. Le forze di ispirazione democratica sono vittime di una repressione feroce all’interno e all’esterno del paese. Recentemente, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha preannunciato una iniziativa per creare “una piattaforma per il dialogo con le forze democratiche russe in esilio“. Secondo Khodarkovsky la piattaforma potrebbe costituire l’embrione di una “assemblea costituente per un periodo transitorio“. Temo che, al momento ciò rimanga tuttavia una speranzosa illusione. Una “costituente“ potrebbe forse avere un ruolo, nel momento del cambiamento, come supporto a gruppi di potere interessati, grazie a questa “apertura“, ad accreditarsi presso l’Occidente.
      Per quanto riguarda il processo elettorale, le prossime elezioni per la Duma si terranno nel settembre di quest’anno. Certamente, se la situazione economica e quella militare proseguiranno nell’attuale negativo indirizzo, il voto popolare potrebbe in qualche modo riflettere i diffusi sentimenti di insoddisfazione. Che potrebbero essere utilizzati da quei settori finanziari, industriali e commerciali che vedrebbero con favore una ripartenza nei mercati occidentali ed una rivisitazione del critico rapporto con la Cina. Pur in presenza, ancora, di quell’elefante nella stanza di nome Vladimir Putin.
      Considero poi con interesse La sua osservazione sul ruolo che ha avuto la crisi del sistema federale nella dissoluzione dell’Urss e della Jugoslavia. In Russia elementi di crisi si stanno manifestando nelle zone dell’Asia centrale e, specialmente, in Siberia: conseguenza anche del drammatico tributo di sangue che queste aree stanno dando per la guerra in Ucraina.
      Specialmente per la Siberia, non escluderei che in un momento di crisi la Cina possa ricordare il”Damansky incident” sull’Ussuri del 1969, e proseguire con decisione in un processo già in corso di “cinesizzazione” culturale, finanziaria, industriale e commerciale in Siberia. Il che complicherebbe qualsiasi processo di successione in Russia.
      Mi fermo per ora qui, scusandomi per la prolissità. In conclusione, non vedo al momento condizioni favorevoli ad un accresciuto ruolo dell’opposizione democratica in Russia. Al contrario, ritengo che, pur se in una forma più moderata ed accettabile per l’Occidente la Russia “eterna“ continuerà per parecchi anni nella sua strada: e questo anche dopo Putin.
      Grazie ancora per l’attenzione e un saluto cordiale.

      Rispondi

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