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Un motivo (forse) per cui ci siamo imbarbariti

30 Settembre 2019 di Carmelo Vigna 1 commento

Mi sono chiesto, come tanti di noi, perché di recente ci siamo così imbarbariti in pubblico, e pure in privato. Perché il populismo e il sovranismo – con relativa facilità – hanno fatto breccia nella gente comune. Non solo tra i vecchi, ma anche tra i giovani. Naturalmente, non si può rispondere con una sola indicazione a domande di questo tipo. E in effetti, molte buone indicazioni di natura socio-politica, e pure economica, sono state già offerte dagli studiosi più accreditati nelle varie discipline. Io qui mi permetto di aggiungere ancora un’altra indicazione, che ha a che fare – non alla lontana – con l’epistemologia filosofica. Ecco: a mio avviso, e metto subito le mani avanti, nell’attuale imbarbarimento collettivo c’è di mezzo qualcosa che riguarda la nostra maniera di credere (o di aver fede). Che si è gravemente ammalata. Per tentare di farmi capire, provo a prendere le mosse dalla struttura elementare del credere (o dell’aver fede).

Ebbene, credere (o aver fede) è un certo affidarsi a… E, secondo antica tradizione, in due sensi: 1) credere a… come credere a qualcosa. E questo qualcosa va dal messaggio pubblicitario, per dirne una, sino all’orientamento del senso rispetto alla realtà in generale; 2) credere a… come credere a qualcuno. Questo dice della qualità di una relazione intersoggettiva, a partire dal mio vicino di casa e a finire nel Padreterno. Credere a qualcuno, certo, non importa subito una questione di senso, tuttavia presuppone sempre una questione di senso. Il credere a qualcuno è, infatti, un credere in qualche modo a un portatore della verità e della bontà (o anche – di fatto – dell’opposto, ma sempre trattato come una certa verità e una certa bontà).

Ne viene che il credere a qualcuno, se protetto dalla verità e dalla bontà, può diventare fonte originaria dei nostri legami di riconoscimento reciproco e cioè fonte dei legami di amicizia, che sono i legami su cui si regge, in ultima istanza, la vita comune ordinata (i Greci antichi lo avevano già capito benissimo).

Ora, nella nostra società complessa la fede/fiducia, che è una cifra ineludibile – dobbiamo pur credere in qualcosa e/o in qualcuno per il fatto stesso di vivere – è diventata purtroppo una cifra quasi incontrollabile, perché ci sfugge – ora molto più che in passato – il rapporto diretto con la realtà delle cose. Basti qui dire che siamo sommersi dai media, cioè da vettori di immagini e di messaggi di cui molto spesso non conosciamo la fonte né possiamo verificare il grado di veridicità.

Ebbene, chi crede in qualcosa e/o in qualcuno, lo si è sempre chiamato, appunto, un credente. Ma di solito un credente, prima di dare fiducia, se ha del buon senso, cerca almeno di collezionare ‘indizi’ sulla effettiva bontà del ‘qualcosa’ o del ‘qualcuno’, oggetto della propria fiducia. In altri termini, un credente di solito non va per nulla alla cieca. Anzi, è intransigente in fatto di ‘credenziali’. Tanto che, se ci venisse il sospetto di un suo andare alla cieca, non lo considereremmo un credente. Lo considereremmo, semmai, un credulone.

Ecco, a me pare che noi oggi siamo socialmente sospinti, e vorrei dire quasi costretti, a recitare – specie quando ci viene a mancare un soprassalto di umana dignità (come a molti purtroppo capita sempre più di frequente) – la parte dei creduloni, anziché la parte dei credenti. Di qui (anche di qui, per carità) l’imbarbarimento collettivo. Detto in altro modo. L’imbonimento propiziato dai ‘social’, la retorica politica, il miraggio del denaro facilmente distribuito per legge, una condizione di povertà priva di pubblico soccorso, l’assenza di rigorosi controlli dei percipienti aiuti da parte delle istituzioni, la paura del domani (e altro ancora) ci fanno porre alla fin fine la fiducia su qualcosa o su qualcuno che quella fiducia non merita affatto. Appunto, ci fa dei creduloni. Come singoli e anche come popolo. Ci fa… populisti.

Il populismo, e veniamo al dunque, non è altro, pare a me, che l’elevazione a ideologia della credulità popolare intorno al mito della sovranità (popolare). Che c’è di meglio al mondo rispetto alla signoria, si pensa d’istinto? Ma si sbaglia di grosso. Questo brutto sogno genera mostri, perché chiunque vuol farsi signore (su altri), ne sia consapevole o meno, ha bisogno di servi. Che prima o poi si rivolteranno. Anche i servi vogliono provare a vivere da signori, scrutando dal basso la vita del loro signore. Non sono per nulla scemi, i servi, anzi, a furia di essere costretti a servire, diventano quasi sempre più intelligenti dei loro padroni. Un certo Giorgio Guglielmo Federico Hegel provò a metterci in guardia da queste dinamiche due secoli fa. Eppure, un certo Carlo Marx subito dopo pensò di poterle praticare per tentare di liberare il proletariato. Ma poi ne è venuta un’altra vicenda dolorosa di dominatori e dominati, che ben conosciamo (e si ricorderà: Qualcun altro disse – invece e già molto prima – che chi vuol esser il primo tra noi, non si atteggi di suo a sovrano, ma sia invece come colui che serve).

Perché dunque andare ancora da quella parte, vestiti da rivoluzionari sovranisti? Non sarebbe una scelta… da creduloni?

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Commenti

  1. Marco Tarchi dice

    1 Ottobre 2019 alle 8:44

    Avanti così’: barbari, creduloni, mostri… I populisti ringraziano: con “analisi” come queste, avranno una vita sempre più lunga. E, una volta demolito il “mito” della sovranità popolare nella coscienza collettiva, ci aspetterà un bel ritorno in forze dei regimi autoritari (che, peraltro, temo siano in parecchi, fra i “democratici” sempre più insofferenti della riottosità del “popolaccio” ai loro illuminati richiamati, ad auspicare, più o meno consapevolmente).

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