Ci siamo. Il testo sulla nuova legge elettorale è approdato alla Camera. L’accordo nel centrodestra, almeno sul punto essenziale, sembra raggiunto: il premio di maggioranza è stato in parte ridimensionato, la soglia è salita al 42 per cento, il ballottaggio è scomparso e le liste restano bloccate. Ed è forse proprio questo il dato politicamente più significativo. Ma diciamolo con franchezza: sulle liste bloccate il dissenso di alcuni partiti appare molto meno netto di quanto le dichiarazioni pubbliche lascino intendere. Le preferenze dividono, inquietano, espongono i partiti al rischio di perdere il controllo pieno delle candidature e, soprattutto, degli eletti. E allora il punto vero resta quello: gli elettori votano, ma la selezione effettiva della rappresentanza continua a rimanere saldamente nelle mani degli apparati dei partiti. Chi va in parlamento, in sostanza, lo decidono non gli elettori, ma i partiti.
Per evitare sorprese, franchi tiratori e voti segreti, si profila persino l’ipotesi della fiducia. Il centrosinistra avrà così buon gioco nel gridare allo scandalo. E lo scandalo per diversi aspetti c’è: cambiare la legge elettorale a ridosso della fine della legislatura, comprimendo il dibattito parlamentare, non è mai un segnale rassicurante per la qualità della democrazia.
Poi il testo passerà al Senato. Con ogni probabilità dopo l’estate. E qui si vede bene come funzioni oggi il bicameralismo paritario: in astratto, due Camere dotate degli stessi poteri; in concreto, quando la maggioranza è politicamente compatta e il testo è blindato, il secondo passaggio si trasforma in una ratifica accelerata di decisioni già assunte altrove. Il bicameralismo resta formalmente intatto, ma la sua funzione di ponderazione, controllo e revisione risulta fortemente indebolita.
E alla fine, nella primavera del 2027, si potrebbe votare. Perché in quel momento la legislatura avrebbe ormai superato anche quella soglia temporale che consente ai parlamentari di maturare il requisito contributivo per il trattamento previdenziale. Non è questo il punto su cui intendo indulgere al populismo: il tema è più serio, e riguarda il rapporto tra calendario politico, convenienze parlamentari e regole del gioco democratico. Per il cittadino comune, naturalmente, le condizioni di accesso alla pensione sono ben diverse. Ma non è su questo che voglio insistere.
La domanda fondamentale è un’altra: perché una nuova legge elettorale? E perché ora, a ridosso delle elezioni?
La risposta è nota. Con l’attuale legge elettorale, nello scenario politico che si va delineando, il risultato potrebbe essere un Parlamento senza una maggioranza chiara preformata. Una situazione non troppo diversa, almeno per certi aspetti, da quella del 2018: complicata, certo, ma non per questo illegittima. Anzi, forse proprio quella composizione parlamentare esprimeva ciò che gli elettori avevano effettivamente deciso: nessuna forza politica aveva ricevuto un mandato pieno ed esclusivo a governare da sola.
E invece è proprio questo che si vuole evitare. La nuova legge elettorale nasce per produrre un vincitore: centrodestra o centrosinistra. Non importa tanto fotografare la rappresentanza reale del Paese, quanto costruire una maggioranza parlamentare sufficientemente ampia da garantire la cosiddetta stabilità. Poiché, alla fine della legislatura, ci si accorge che nessuna delle due coalizioni potrebbe farcela agevolmente con le regole esistenti, si cambiano le regole e si introduce un premio di maggioranza.
Quanto questo ragionamento sia compatibile con il funzionamento ordinario di una democrazia parlamentare lo lascio valutare a chi legge. Mi limito a segnalare un punto: se si accetta il principio per cui la legge elettorale si costruisce sulla base della fotografia contingente dei rapporti di forza tra i partiti, allora ogni legislatura sarà tentata di farsi la propria legge elettorale alla vigilia del voto. Ogni maggioranza potrà sostenere che occorre ‘garantire la stabilità’; ogni opposizione potrà denunciare una legge ‘cucita su misura’; e il risultato sarà una progressiva perdita di credibilità delle regole comuni.
C’è poi un ulteriore problema, che già oggi appare evidente. Siamo davvero sicuri che alle prossime elezioni una delle due coalizioni raggiungerà il 42 per cento? Chi sta disegnando questa legge sembra partire da questo presupposto. Ma la politica, come sappiamo, non procede sempre secondo i calcoli di chi scrive le regole. Che cosa accadrebbe se nessuna coalizione raggiungesse quella soglia? Che cosa accadrebbe se crescessero forze oggi considerate marginali, esterne o laterali rispetto ai due poli principali? Che cosa accadrebbe se l’offerta politica si frammentasse ulteriormente?
In quel caso il premio non scatterebbe e il sistema tornerebbe a produrre un esito proporzionale, cioè proprio quello che oggi si dichiara di voler evitare. A quel punto, si dovrebbe forse cambiare di nuovo la legge elettorale? Ecco il paradosso: una legge pensata per assicurare stabilità rischia di nascere già con dentro di sé la ragione della sua futura modifica. Per evitare questo si potrebbero costruire campi larghissimi non solo a sinistra ma ora anche a destra, con il rischio però che la legislatura sia tutt’altro che stabile, per la presenza in entrambi gli schieramenti di forze eterogenee.
Come che sia, resta la domanda fondamentale: le leggi elettorali devono servire a regolare in modo imparziale la competizione democratica oppure devono essere costruite di volta in volta sulla base delle convenienze dei partiti che stanno per affrontare le elezioni?
Su un punto l’accordo sembra resistere sempre. No alle preferenze. No a un vero recupero del rapporto diretto tra elettori ed eletti. La politica cambia la legge elettorale quando ritiene che le convenga farlo, ma non cambia il meccanismo che consente ai partiti di scegliere chi entrerà in Parlamento. I cittadini, alla fine, possono votare soltanto tra candidati già selezionati da altri.
In un momento in cui la crisi della rappresentanza è così profonda, ci si sarebbe aspettati almeno un’apertura in questa direzione. Una legge elettorale non dovrebbe limitarsi a produrre maggioranze: dovrebbe anche ricostruire fiducia, responsabilità, partecipazione. Altrimenti il rischio è che, ancora una volta, la vera maggioranza sia quella di chi deciderà di non andare a votare.
Dulcis in fundo
Non meno significativo è il nodo della raccolta delle firme. Il nuovo testo prevede infatti l’esonero per le forze politiche dotate di un gruppo parlamentare alla Camera o al Senato costituito entro il 31 dicembre 2025: un criterio che, nella concreta dinamica politica, finisce per avvantaggiare alcuni soggetti già presenti nel sistema e per penalizzarne altri, come nel caso di Futuro Nazionale di Vannacci o di +Europa. Non sono state inoltre accolte le modifiche relative alla possibilità di raccogliere le sottoscrizioni in via digitale.
Anche questo profilo conferma il problema di fondo: la riforma non si limita a incidere sulla trasformazione dei voti in seggi, ma interviene sulle condizioni stesse di accesso alla competizione elettorale. La raccolta firme resta così un filtro politicamente rilevante: più agevole per chi è già strutturato, più gravoso per le forze nuove o meno radicate. In questo modo la rappresentanza viene compressa due volte: prima, nella possibilità di presentarsi; poi, attraverso le liste bloccate, nella possibilità per gli elettori di scegliere effettivamente i propri rappresentanti.

Gianfranco Pasquino dice
da che mondo è mondo democratico, le leggi elettorali eleggono i parlamenti, mai i governi. Mai
Paolo Becchi dice
Mi citi per favore tra virgolette la frase precisa del mio articolo in cui c’è scritto quanto lei mi attribuisce,
Grazie
Paolo Becchi dice
Non mi pare di aver detto questo. Dove di preciso lo avrei scritto? Chiedo per cortesia la citazione letterale. Grazie