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Una nuova legge elettorale con preferenze e premio di maggioranza ‘variabile’

23 Aprile 2026 di Paolo Becchi e Giuseppe Palma 3 commenti

Sono ventuno anni che in Italia i cittadini non possono scegliersi direttamente i propri rappresentati in Parlamento, cioè dal Porcellum del 2005 in avanti (Legge n. 270/2005). Tra listini bloccati e soglie di sbarramento che vanno e vengono, il popolo è sempre meno sovrano. Responsabile di questo sono sia il centrosinistra che il centrodestra. E non si sottrae neppure il M5S da tale responsabilità; infatti, quando al governo c’era Giuseppe Conte (Governo Conte II), a fine settembre 2020 giunse in aula a Montecitorio un ddl (già licenziato dalla commissione affari costituzionali, col M5S quale partito di maggioranza relativa) in cui erano previsti i listini bloccati da sei candidati, eleggibili in ordine decrescente – senza preferenze – a seconda delle percentuali di voti ottenuti da ciascuna lista.

Attualmente è in discussione alla Camera dei deputati, giunto in commissione affari costituzionali qualche settimana fa, un ddl di cui qui riassumiamo brevemente il contenuto: superamento dei collegi uninominali e introduzione di un sistema proporzionale con premio di maggioranza nazionale alla lista o coalizione di liste che, arrivando prima degli altri, raggiunga almeno la soglia del 40% dei voti validi. Previsione di un secondo turno, tra le prime due liste o coalizioni di liste qualora nessuna al primo turno abbia raggiunto il 40%, ma almeno il 35% dei voti validi. In merito all’entità del premio, il numero massimo di seggi da assegnare alla lista o coalizione di liste aggiudicataria dello stesso è di 230 alla Camera e 114 al Senato, alias il 57,5% degli scranni parlamentari a Montecitorio e il 57% a Palazzo Madama. Non sono previste le preferenze ma, anche qui, i listini bloccati da sei candidati più altri tre in caso di applicazione del premio, eleggibili in ordine decrescente (così come indicati sulla scheda) sulla base delle percentuali di voti ottenuti da ciascuna lista, tenuto conto ovviamente anche dell’attribuzione del premio.

Sul sistema proporzionale con premio di maggioranza nazionale si può concordare, anche perché è uno dei sistemi che meglio può garantire la governabilità impedendo compromessi tra chi ha perso le elezioni ai danni di chi è arrivato primo, anche se l’entità del premio dovrebbe essere ridotta entro il tetto massimo del 55% degli scranni. Spieghiamo il perché e lo facciamo prendendo ad esempio gli effetti maggioritari che si sono verificati alle ultime elezioni politiche con il Rosatellum, il quale attribuisce i seggi per poco più di 1/3 col sistema dei collegi uninominali a turno unico (first-past-the-post) e per poco meno di 2/3 col sistema proporzionale, senza la possibilità di esprimere né voto disgiunto né preferenze per i candidati. Pur non prevedendo un premio di maggioranza, il Rosatellum ha avuto un ampio effetto maggioritario a causa del considerevole distacco tra chi è arrivato primo e chi secondo. Prendendo ad esempio la Camera dei deputati, la coalizione di centrodestra, arrivata prima delle altre, con il 43,79% dei voti si è aggiudicata ben 237 scranni su 400, vale a dire il 59,25% dei seggi: un premio nascosto di 15,46 punti percentuali.

Ciò detto, un premio di maggioranza nazionale che attribuisca il 55% dei seggi alla lista o coalizione di liste che arrivi prima delle altre, e che ottenga almeno il 40% dei voti validamente espressi, sarebbe dunque perfettamente in linea con un sistema elettorale (il Rosatellum) non censurato dalla Consulta.

Si potrebbe pensare anche ad una soluzione più originale, di cui siamo i proponenti: un premio di maggioranza ‘a salire’ che resti peraltro contenuto entro quindici punti percentuali. Si potrebbe prevedere, ad esempio, un premio di maggioranza che attribuisca il 52% dei seggi alla lista o coalizione di liste che, arrivando prima delle altre, ottenga almeno il 37% dei voti validi (37 + 15 = 52), e del 55% in caso di raggiungimento di almeno il 40% dei voti validamente espressi (40 + 15 = 55). In linea con quanto previsto dalla Consulta con Sentenza n. 1/2014, la quale ha dichiarato la incostituzionalità del Porcellum anche nella parte in cui questo non prevedeva una soglia minima di voti oltre la quale sarebbe stata legittima l’attribuzione del premio.

Sui listini bloccati. A seguito dell’ultimo referendum costituzionale, il Presidente del Consiglio Meloni ha dichiarato che le decisioni del popolo sovrano vanno rispettate. Bene. E allora, se il popolo è sovrano, governo e maggioranza coerentemente abbandonino i listini bloccati e inseriscano la possibilità per l’elettore di esprimere direttamente le preferenze per i candidati. Richiamo che peraltro aveva già svolto la Corte costituzionale con sentenza n. 1/2014, quando il Porcellum fu dichiarato incostituzionale, anche nella parte in cui non consentiva all’elettore di esprimere almeno una preferenza per i candidati.

È pur vero che la stessa Corte costituzionale, con Sentenza n. 35/2017 (quella sull’Italicum, Legge n. 52/2015), non ha dichiarato l’incostituzionalità dei nominativi dei candidati già indicati dai partiti sulla scheda elettorale che risulterebbero eletti prima dei candidati con le preferenze, e questo perché – stante la riconoscibilità del candidato grazie alla sua espressa indicazione sulla scheda elettorale – la Costituzione attribuisce rilevanza di rango costituzionale ai partiti politici (art. 49 Cost.), e dunque sono pienamente legittime le determinazioni che questi compiono in materia di scelta dei candidati di cui rendere più agevole (rispetto ad altri) l’elezione in Parlamento. Tuttavia, in un periodo in cui a votare si recano sempre meno cittadini, la reintroduzione delle preferenze dovrebbe favorire – quantomeno in linea teorica – un ritorno alle urne da parte di chi non si sente più coinvolto nel processo democratico.

Si dirà che le preferenze creano clientelismo, come avveniva nel corso della Prima Repubblica, quando per l’elezione della Camera dei deputati si potevano esprimere fino ad un massimo di quattro preferenze. Infatti, la preferenza plurima è stata abrogata da un plebiscitario voto popolare in un referendum abrogativo del 1993, ma noi non chiediamo affatto di tornare alla Prima Repubblica, bensì di inserire nella nuova legge elettorale la possibilità per l’elettore di esprimere una sola preferenza, più una seconda solo per garantire la parità di genere (niente di diverso da quello che già avviene per l’elezione dei consigli comunali).

Un premio di maggioranza è già, per così dire, un ’regalo’ ai partiti, che sia almeno controbilanciato dall’introduzione delle preferenze.

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Commenti

  1. Biagio De Marzo dice

    23 Aprile 2026 alle 19:11

    Pochi arzigogoli e alchimie: Indicazione di riferimento politico/partitico e nome e cognome del candidato/a.

    Rispondi
    • Paolo Becchi dice

      27 Aprile 2026 alle 21:53

      La legge elettorale è la legge ordinaria più importante: sono le regole del gioco e non sempre sono semplici. Pensa al gioco degli scacchi e quello elettorale è più difficile ancora

      Rispondi
    • Giuseppe Palma dice

      29 Aprile 2026 alle 14:37

      Se legge il nostro contributo, vede che è molto lineare.

      Rispondi

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