La ‘carne coltivata’ è stata definita una delle nuove frontiere dell’industria alimentare in cui si coniugano una rinnovata attenzione per la salute umana, il benessere degli animali e la tutela dell’ambiente. Al centro dell’interesse è il progetto di una transizione alimentare che, grazie all’agricoltura cellulare – termine con cui si indica la tecnologia che consente di produrre carne da cellule animali, prelevate mediante biopsia, successivamente stimolate e fatte proliferare con l’impiego di procedure industriali – possa rappresentare un’alternativa alla produzione di carne ottenuta tradizionalmente con l’allevamento industriale e la macellazione. L’aumento della popolazione mondiale e la conseguente crescita della domanda globale di proteine di origine animale hanno spinto alla ricerca di soluzioni che non aumentino la pressione già esistente sugli ecosistemi, innescando sforzi per lo sviluppo di modi più sostenibili di produzione di carne animale. Si tratta di una possibilità che apre una prospettiva assolutamente nuova nella storia della nostra specie: quella di poter produrre carne su larga scala senza la necessità di uccidere animali. Si è calcolato che ogni anno vengono uccisi per la nostra alimentazione 70 miliardi di animali terrestri e centinaia di miliardi di animali acquatici. Sarebbe pertanto auspicabile avviare un dibattito che, evitando prese di posizione aprioristiche, in attesa di valutare i reali effetti derivanti dall’impiego di questa nuova tecnologia, esamini in chiave interdisciplinare le diverse problematiche etiche, sociali, economiche, giuridiche per prospettare gli scenari nuovi che si aprono.
Da qui una serie di interrogativi. Quali sono i costi nascosti della nostra alimentazione? È irrilevante, dal punto di vista etico, quello di cui ci nutriamo? In realtà, non esiste, forse, comportamento più carico di simbolismo di quello alimentare: atto sacrale, momento di socializzazione, espressione culturale ma anche fantasia, emozione, memoria. Parlare di alimentazione è in qualche modo parlare dell’uomo nella sua interiorità, nella sua storia, nella sua religiosità, nella sua identità etico-sociale.
L’alimentazione oggi, per la sua stessa complessità, diventa cartina di tornasole per testimoniare costumi, stili di vita, scelte morali, appartenenze, reciproci riconoscimenti, rapporti con il proprio corpo, la terra e le altre specie, consapevolezza di nuovi diritti e di inedite responsabilità. Dal momento che siamo in grado di ottenere proteine animali con metodi innovativi sembra doveroso interrogarci su come produciamo carne, sul prezzo che imponiamo agli animali e all’ambiente, sulla possibilità di tutelare la nostra salute e il benessere animale, usando meno terra e acqua, riducendo le emissioni di metano, contenendo l’abuso di antibiotici e il rischio di zoonosi. In questo quadro il dibattito sulla carne coltivata può considerarsi uno tra i temi più complessi della bioetica contemporanea perché tocca alcuni nodi cruciali della sua riflessione quali le relazioni uomo/animali, la sostenibilità planetaria, l’dea di salute globale, il complesso rapporto tra naturale e artificiale. Ci troviamo ancora una volta dinanzi al ricorrente conflitto tra tecnofobia e tecnofilia. La prima vede nella carne coltivata una tecnologia estremamente pericolosa che ci allontanerebbe dalla natura e da un’alimentazione tradizionale temendone il possibile impatto sulla gastronomia, l’occupazione e la salute dei consumatori. La seconda evidenzia le grandi possibilità che i nuovi prodotti potrebbero offrire per superare le criticità dell’allevamento industriale e per ottimizzare la produzione di cibo fornendo risposte all’obiettivo Zero Hunger fissato dalle Nazioni Unite con l’Agenda 2030.
Restano aperti gli interrogativi. Chi produrrà la carne coltivata? L’industria della carne, i piccoli allevatori, gli scienziati? La carne coltivata potrà diventare una speranza per il futuro o rischierà di essere risucchiata da dinamiche di mercato regolate interamente dalla logica del profitto? Non abbiamo ancora dati definitivi, ad esempio. su quale potrebbe essere l’impatto ambientale della carne coltivata una volta prodotta su larga scala, il suo contraccolpo in termini di occupazione né il suo effettivo impatto sul mercato. Per questo si dovranno monitorare con molta attenzione tutti i passaggi che in anni futuri potrebbe avere l’impiego e la diffusione di questa nuova tecnologia. È infatti in nome dello stesso diritto alla salute che occorre esigere un’ampia informazione sulla ‘storia’ del nostro cibo, in ogni stadio della catena alimentare, dalla produzione primaria al consumo, sugli ingredienti che esso contiene (obbligo di una chiara etichettatura), sui costi – economici ma anche ecologici – che esso comporta.
Al di là delle due prospettive su menzionate, sembra opportuno adottare un approccio critico in grado di evidenziare sia le potenzialità che le criticità connesse all’impiego della nuova tecnologia che può comunque rivelarsi uno strumento significativo di ripensamento delle nostre prassi alimentari. In effetti essa potrebbe avere un effetto sostitutivo – ponendosi come alternativa al consumo della carne tradizionale – o additivo – affiancandosi alla produzione esistente come un ‘mercato di nicchia’ – o complementare – configurandosi come un rapporto col cibo fondato sul riconoscimento delle relazioni che ci legano al pianeta e alle altre specie. Non sembra difficile immaginare uno scenario popolato da vegetariani e vegani – contrari per motivi etici al consumo della carne – da carnivori conservatori – indissolubilmente legati ai sistemi tradizionali di produzione della bistecca – e da carnivori progressisti – meno timorosi delle biotecnologie e disponibili a cibarsi di una carne che non preveda la sofferenza dell’allevamento e la crudeltà della macellazione.
Per questo occorre salvaguardare la libertà di ricerca, valutando senza pregiudizi ideologici il potenziale dell’agricoltura cellulare che potrebbe mitigare gli impatti ambientali associati alla produzione industriale della carne e rispondere a diversi bisogni dei consumatori. A questo aspetto si collega strettamente la tutela della libertà individuale nella scelta del cibo contro ogni forma di paternalismo che pretenda di stabilire quale sia il bene alimentare. Quanto alla volontà di tutelare la salute dei consumatori, si deve sottolineare che in Europa la carne coltivata come ogni nuovo cibo è soggetta a una valutazione del rischio condotta dall’Agenzia per la sicurezza alimentare chiamata ad accertare che il profilo nutrizionale e quello di rischio siano analoghi rispetto ai prodotti che vanno ad affiancare. Vale poi la pena di ricordare che le cellule staminali necessarie per la produzione della carne coltivata sono le stesse che nell’animale compongono alcuni dei tessuti che formano la tradizionale bistecca e che sono della stessa famiglia di quelle utilizzate da decenni in ambito medico per ricostruire, ad es., la cornea o la pelle, e che presentano i massimi gradi di biosicurezza.

Lido Giuseppe Chiusano dice
Bravissima, come sempre!