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Votare: è una parola…

11 Febbraio 2021 di Franco Chiarenza 1 commento

Non sempre le elezioni sciolgono i nodi della politica; spesso il problema non è se votare o meno ma come farlo, con quale legge elettorale, con quali obiettivi, se privilegiando la governabilità oppure rispettando integralmente la rappresentanza del pluralismo delle opinioni. Né vale l’obiezione, spesso ripetuta, che si possano trovare soluzioni intermedie che salvino capra e cavoli perché, nonostante i marchingegni dell’ingegneria costituzionale, si arriva sempre al punto di dovere privilegiare uno dei due corni del dilemma.

Le soluzioni contorte provocano talvolta esiti paradossali, perché studiate in base ad aspettative che poi si dimostrano infondate. L’esperienza dimostra che ogni cambiamento della legge elettorale produce variazioni nelle intenzioni di voto, dando luogo a un avvitamento indecoroso al quale sarebbe bene mettere fine attraverso una seria riflessione che coinvolga non solo le principali forze politiche (tese a privilegiare le proprie presunte convenienze elettorali) ma anche l’opinione pubblica, la quale da tempo reclama regole che garantiscano la governabilità del Paese una volta per sempre.

Occorre, in sostanza, compiere quel passo che l’assemblea costituente settant’anni fa non volle fare: costituzionalizzare la legge elettorale, almeno nei suoi principi fondamentali. Per procedere in questa direzione, sottraendo il dibattito ai conciliaboli degli specialisti di ingegneria costituzionale, sarebbe opportuno innanzitutto ricordare che le leggi elettorali possono grosso modo dividersi in due sistemi: proporzionale oppure uninominale.

Quelle ispirate al principio proporzionale cercano di rispettare principalmente il criterio della rappresentanza, per il quale ogni formazione, anche di modeste dimensioni, abbia accesso in parlamento. Corrisponde a un ideale di democrazia partecipata e dialogante, in cui il ricorso alla contrapposizione tra maggioranza e opposizione costituisca un fatto increscioso, anche se talvolta inevitabile.

In realtà, però, i sistemi proporzionali – anche con i possibili correttivi – generano sempre instabilità e quindi non sono mai stati in grado di garantire la governabilità, a meno che l’elettorato non sia fondamentalmente costante e concentrato su pochi partiti alternativi, determinando di fatto una sorta di bipolarismo, come accadeva da noi nella prima repubblica (DC vs/PCI) o in Germania (CDU/CSU vs/ SPD).

In quest’ultimo paese, per evitare i rischi della frammentazione e garantire la governabilità, sono previste una soglia elettorale del 5% (al di sotto della quale non scatta il diritto di rappresentanza) e la ‘sfiducia costruttiva’ (cioè l’obbligo di costituire una maggioranza alternativa prima di mandare a casa quella esistente). Un altro correttivo per limitare i danni di una eccessiva frammentazione è il cosiddetto ‘premio di maggioranza’, cioè un certo numero di seggi parlamentari da attribuire alle liste o coalizioni vincenti; che però non impedisce la creazione di alleanze fittizie che si dissolvono subito dopo avere conseguito il ‘premio’.

Ma al di là della difficile governabilità (resa ancor più complicata dal bicameralismo perfetto esistente in Italia) i sistemi proporzionali, rimettendo ai partiti il potere di formare le liste, privilegiano il legame degli eletti con il partito di appartenenza a scapito del rapporto con il territorio, che dovrebbe rappresentare il fulcro di ogni democrazia che sia tale nella sostanza e non soltanto nelle forme. Il che non è questione da poco, in un momento in cui la democrazia attraversa una fase di crisi di legittimità per la sua (vera o presunta) incapacità di interpretare il ‘paese reale’.

L’unica alternativa che garantisce stabilità e credibilità al parlamento è costituita dai sistemi ispirati al principio uninominale (anche in questo caso, con numerose variabili che sono state ‘inventate’ per limitarne alcuni aspetti negativi). Il Paese viene diviso in tanti collegi elettorali quanti sono i seggi in palio ed essi sono attribuiti al candidato che prende più voti (talvolta con l’obbligo di ballottaggio, quando nessuno di essi supera una soglia determinata).

I sistemi uninominali privilegiano il legame tra il candidato e il territorio, consentono agli elettori di conoscere meglio i loro deputati e di controllarne l’operato, spingono a un tendenziale bipolarismo e quindi a una più sicura governabilità; dove sono stati adottati, infatti, sono rarissime le crisi di governo tra un’elezione e l’altra. Il principio uninominale è generalmente applicato nei paesi anglosassoni, dove può accadere – senza che nessuno ne meni scandalo – che le maggioranze parlamentari non coincidano col numero complessivo dei voti riportati dai partiti (come è spesso avvenuto in Gran Bretagna).

D’altronde, si tratta di un sistema che conosciamo bene per essere stato adottato nel 2000 anche da noi, con generale soddisfazione, nelle elezioni amministrative. I punti di debolezza sono: il rischio di un voto di scambio (peraltro presente anche in altri sistemi) e la prevalenza dell’elettorato periferico (spesso arretrato su posizioni più conservatrici) rispetto a quello urbano (maggiormente sensibile ai processi di trasformazione sociale), ma ciò dipende naturalmente da come vengono disegnati i collegi elettorali.

La domanda che sorge spontanea è: se tutto ciò è vero, perché il sistema proporzionale è sostenuto da quasi tutti i partiti? La risposta è semplice: perché dà più potere ai partiti, non perché rappresenta un vantaggio per la governabilità del Paese.

votare

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Commenti

  1. Dino Cofrancesco dice

    12 Febbraio 2021 alle 10:59

    Sono completamente d’accordo!

    Rispondi

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